IL LATO OSCURO DELLA FAMA

Quando distruggere diventa uno spettacolo e la visibilità prende il posto del valore.

Ci sono immagini che, anche a distanza di giorni, continuano a lasciarmi una sensazione amara (e mi fanno rabbia).

Poi c’è un’altra questione, forse meno immediata, ma altrettanto importante: il mondo in cui le immagini degli accadimenti vengono prodotte, diffuse e consumate. Ed è per questo che volevo scrivere questo articolo.

Viviamo in un’epoca in cui la visibilità è diventata una forma di potere.

Tutto può essere ripreso, pubblicato, condiviso e trasformato in un contenuto.

Anche la violenza.

Anche la devastazione.

Anche il gesto che dovrebbe suscitare soltanto indignazione (nelle persone normali, con una coscienza, questo credo sia l’unico sentiment possibile).

Un video di pochi secondi può raggiungere migliaia, talvolta milioni di persone. E mentre qualcuno conta i danni, qualcun altro conta le visualizzazioni.

È qui che il confine diventa inquietante: quando un comportamento distruttivo non si limita a essere raccontato, ma finisce per trasformarsi in uno spettacolo. Quando chi compie un gesto grave, proprio grazie alla sua diffusione, acquista notorietà e diventa un personaggio di cui tutti parlano.

E la televisione? Non è estranea a questo meccanismo. Nel tentativo di raccontare l’attualità, può finire per riproporre incessantemente volti, immagini e protagonisti della cronaca, contribuendo talvolta a prolungare una visibilità che, in altri contesti, sarebbe stata molto più breve. (Un esempio su tutto sono gli omicidi…anche se è un’altra storia, ma rende l’idea).

Naturalmente, informare non significa glorificare e raccontare non significa approvare. Ma esiste una differenza tra documentare un fatto e trasformare chi lo ha compiuto nel protagonista di uno spettacolo collettivo.

Che cosa stiamo premiando, davvero, quando dedichiamo tanta attenzione a chi distrugge?

Vetrine in frantumi, negozi saccheggiati, mezzi delle forze dell’ordine danneggiati. Scene che raccontano una violenza difficile da giustificare, ma che forse dovrebbero spingerci a guardare oltre ciò che vediamo.

Perché dietro ogni vetrina rotta c’è molto più di un vetro. C’è una persona, una famiglia, anni di lavoro e sacrifici. E, talvolta, qualcuno che ha rischiato la propria incolumità per difendere ciò che ha costruito (ho visto molte donne farlo sul web, non solo in Italia).

Il caro vita è un problema reale. Il diritto di protestare è sacrosanto. Ma se una protesta nasce dalle difficoltà delle persone comuni, perché colpire beni e servizi che appartengono proprio a quelle persone? Perché distruggere ciò che è di tutti, compresi i mezzi di chi è chiamato a proteggerci?

Quale ingiustizia stiamo correggendo quando distruggiamo ciò che appartiene alla collettività? E chi paga, alla fine, il conto di quella distruzione?

Mi domando anche che cosa passi per la testa di quei ragazzi che scelgono di partecipare a simili devastazioni. Credono davvero in ciò che fanno? Sono mossi da convinzioni precise, dalla rabbia, dall’emulazione o dal desiderio di sentirsi parte di qualcosa? E quanto pesa la possibilità di essere ripresi, riconosciuti e diventare, anche solo per un giorno, qualcuno di cui tutti parlano?

Non possiamo conoscere le motivazioni di ciascuno. Ma possiamo interrogarci sul messaggio che trasmettiamo quando la notorietà sembra arrivare più facilmente attraverso un gesto estremo che attraverso un talento, un progetto o qualcosa di concreto costruito nel tempo.

Forse il lato più oscuro della cultura della visibilità è proprio questo: il rischio che non importi più per che cosa si diventa famosi, purché si riesca a esserlo.

Eppure, il vero valore non si misura in visualizzazioni. Non si misura nel numero di persone che pronunciano il tuo nome, né nella quantità di indignazione che riesci a generare.

Si misura anche in ciò che lasci agli altri.

Per questo continuo a credere nella misura, nel rispetto, nella responsabilità (sì anche e sopratutto in quella delle famiglie). Saper difendere le proprie idee senza calpestare quelle degli altri, dissentire senza devastare (devastare poi le proprie cose…come un mezzo della polizia, assurdo).

E forse dovremmo cominciare a domandarci non soltanto che cosa guardiamo, ma anche che cosa scegliamo di premiare con la nostra attenzione.

Perché, in un mondo in cui tutti sembrano voler diventare protagonisti, la domanda non è più soltanto chi merita la fama, ma quale idea di successo stiamo consegnando alle nuove generazioni.

Fare rumore è facile. Costruire qualcosa che abbia valore è tutta un’altra storia.