Glitter emotivo – contenuto che potrebbe non piacerti
La sottile vanità dietro le citazioni che salviamo e ricondividiamo.
Il glitter emotivo è così: all’inizio sembra brillante. Poi te lo ritrovi ovunque. Nella borsa. Nel cappotto. Nella vita. E non sai più chi l’ha messo lì.
Le frasi motivazionali online funzionano allo stesso modo. E ti spiego il mio punto di vista.
Scorri e trovi:


Font elegante. Sfondo neutro. Tramonto spesso obbligatorio.
Le salviamo. Le ricondividiamo. Le incorniciamo in una story con musica intensa. E per un attimo ci sentiamo attraversati da qualcosa di grande.
Il problema non è la frase. È quello che rappresenta.
Perché raramente è nostra.
Non nasce da una nostra esperienza. Non è il risultato di una nostra caduta o di una nostra risalita. È una frase che ha colpito qualcuno in un preciso momento della sua vita. E va benissimo. Buon per lui.
Ma cosa ci fa pensare che oggi io sia nel tuo stesso punto del percorso?
Perché dovrei vibrare sulla tua stessa frequenza solo perché hai scelto un font serif sofisticato?
Codividere una frase motivazione può far male.
Condividere una frase motivazionale di altri è un gesto apparentemente innocuo. In realtà è un’operazione di posizionamento identitario.
Non sto solo postando una citazione.
Sto dicendo: “Io sono questo.”
“Sto lavorando su di me.”
“Sono profonda.”
“Sono in evoluzione.”
È un modo rapido per costruire un’immagine senza attraversare davvero il processo.
Riscrivo la frase perchè è cruciale: È un modo rapido per costruire un’immagine senza attraversare davvero il processo.
E qui entra in gioco l’ego.
Non un ego cattivo. Non un ego narcisista da manuale.
Un ego sottile.
L’ego che vuole essere visto come consapevole.
L’ego che vuole appartenere al club di chi “ha capito tutto”.
L’ego che preferisce condividere la frase piuttosto che fare la fatica che quella frase implica.
Perché vivere “diventa la tua versione migliore” è scomodo.
Condividerlo è facilissimo.
Ma c’è un altro aspetto di cui parliamo poco.
A volte quelle frasi possono fare male.
Perché chi le legge potrebbe essere in un momento fragile. Potrebbe desiderare davvero diventare ciò che quella frase promette. Potrebbe provarci. Forzarsi. Accelerare.
E intanto vedere decine di persone che condividono la stessa citazione con sicurezza, come se quella trasformazione fosse già compiuta.
Il messaggio implicito diventa:
“Guarda, io ce l’ho fatta.”
“Tu?”
E così la motivazione si trasforma in confronto.
Non ci diamo il tempo.
Non rispettiamo i ritmi.
Non consideriamo che crescere non è uno stato da dichiarare, ma un processo da attraversare.
La motivazione vera è lenta. È imperfetta. È silenziosa.
Non ha bisogno di essere postata.
Ha bisogno di essere vissuta.
Se proprio vogliamo salvare qualcosa.
Se proprio vogliamo salvare e condividere qualcosa, salviamo le frasi ironiche. Quelle che non promettono rivoluzioni interiori, ma un sorriso onesto. Quelle che non ci chiedono di diventare migliori, ma solo di prenderci un po’ meno sul serio.
Perché forse la vera maturità digitale non è dimostrare che stiamo evolvendo.
È smettere di performare la nostra evoluzione.
E’ una riflessione scomoda?
È scomoda perché tocca un gesto quotidiano, apparentemente innocente, e lo smonta. Non sto attaccando le persone: sto mettendo in discussione un’abitudine collettiva. E quando si mette in discussione qualcosa di normalizzato, un po’ di attrito è inevitabile.
Il glitter emotivo, lo sappiamo, brilla molto.
Ma sporca ovunque.





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