Tra note e velluti: il ritorno dell’eleganza alla prima serata di Sanremo

Tra note e velluti, la prima serata di Sanremo ha riportato sul palco qualcosa di meno “wow”, ma decisamente più sobrio. E sì, anche più discutibile — perché Sanremo resta pur sempre Sanremo.

Niente provocazioni costruite a tavolino (anche se i meme si sprecano già), niente look pensati esclusivamente per far discutere il giorno dopo. Quest’anno i partecipanti hanno scelto un’altra strada. Più misurata. Più adulta.

Sul palco del Teatro Ariston non ho visto abiti gridare. Li ho visti raccontare. Abiti da storytelling, potremmo dire.
Tagli sartoriali, tessuti importanti, silhouette che valorizzano invece di sorprendere a tutti i costi. Un ritorno — non per tutti, certo — a un glamour che non ha bisogno di effetti speciali per farsi notare.

E forse è proprio questo il dettaglio che mi ha colpita di più: la sensazione di un Festival che non deve dimostrare nulla, ma solo essere sé stesso. Con quel profumo di teatro, di poltrona rossa e luce soffusa che, per chi lo guarda da anni, è quasi casa.

I padroni di casa

Laura Pausini: eleganza, identità e orgoglio romagnolo.

Non ha semplicemente indossato degli abiti: ha portato sul palco una presenza. I suoi look hanno parlato di maturità, consapevolezza e radici. Per la prima serata di Sanremo 2026 ha scelto creazioni di Giorgio Armani Privé, un omaggio al grande maestro che ha segnato in modo profondo la storia della moda italiana e, in parte, anche la sua.

Silhouette pulite, tessuti preziosi, linee che valorizzano senza inseguire forzatamente il trend del momento. La dimostrazione che si può essere contemporanee senza snaturarsi, eleganti senza bisogno di eccessi.

E poi c’è quel dettaglio che, per chi la segue da anni, è impossibile ignorare: la sua “romagnolità”. Quella concretezza calorosa, quel modo di stare sul palco con autenticità, senza costruzioni artificiali. Non una diva distante, ma una donna che sa chi è — e proprio per questo convince.

Can Yaman entra in scena e io, lo ammetto, perdo per un attimo l’imparzialità. Ma oltre al fascino mediterraneo, c’è una cura stilistica evidente che merita di essere raccontata.

Per la prima serata si è affidato al suo stylist di fiducia, Ilker Bilgi, con cui costruisce da tempo un’immagine coerente e riconoscibile. Smoking impeccabili, contrasti bianco e nero, dettagli studiati per valorizzare la figura senza scivolare nell’eccesso.

Il suo è un look costruito, certo, ma con piena consapevolezza. È l’evoluzione del “bello e basta”: oggi è immagine, strategia, presenza scenica. E questo, al di là del debole personale, va riconosciuto.

I cantanti in gara

Levante ha scelto un look che racconta la sua musica tanto quanto la sua estetica personale: un tubino longuette ricamato in microcristalli color champagne firmato Giorgio Armani, abbinato a sandali dorati di Gianvito Rossi e gioielli Damiani.

Un abito che non invade la scena, ma la illumina. I cristalli catturano la luce senza eccessi, la silhouette accarezza il corpo con misura. In un Festival che ha scelto la sobrietà, il suo è un glamour silenzioso, adulto, perfettamente coerente con la sua presenza sul palco.

Elettra Lamborghini ha portato sul palco un glamour più audace, ma sorprendentemente calibrato. Per la prima serata ha scelto un abito couture firmato Tony Ward: silhouette sirena, ricami preziosi e trasparenze dosate con intelligenza.

Un look che gioca con la sensualità senza scivolare nell’eccesso. La costruzione sartoriale sostiene la teatralità del personaggio, ma con una consapevolezza nuova, più matura.

Non è più solo provocazione: è immagine studiata, presenza scenica, glamour dichiarato — ma controllato.

Marco Masini ha scelto di salire sul palco con un frak, il massimo della formalità maschile impreziosito da qualche guizzo. Giacca con code, linea rigorosa, costruzione impeccabile: un capo che non concede leggerezze e che oggi pochi artisti decidono di indossare davvero.

Non è una scelta nostalgica, ma simbolica. Il frak comunica rispetto per il palco, per l’orchestra, per la tradizione del Festival. E in un’edizione in cui molti hanno optato per interpretazioni più morbide del dress code, la sua decisione appare quasi controcorrente.

È un’eleganza solenne, misurata, che mette la musica al centro. Perché quando indossi un frak così, stai dicendo una cosa molto chiara: qui conta la canzone. E tutto il resto viene dopo.

Leo Gassmann ha scelto un completo sartoriale dalle linee pulite, nelle tonalità profonde del blu/nero, abbinato a una camicia che completa il look con misura. Niente eccessi, niente stratagemmi scenografici: solo costruzione precisa e proporzioni curate.

La presenza della camicia restituisce equilibrio e formalità, ma senza rigidità. È un’eleganza contemporanea, che guarda alla tradizione senza appesantirla.

In un Festival che quest’anno sembra aver riscoperto la sobrietà, il suo è un look giovane ma composto, moderno ma rispettoso del palco.

Maria Antonietta ha portato sul palco un’estetica diversa, più narrativa che patinata. Linee essenziali, costruzione pulita, un’eleganza leggermente rétro che non cerca l’effetto scenico ma l’identità.

Guardandola, ho avuto una sensazione precisa: mi ha ricordato gli anni d’oro del Piper Club. Quella Roma musicale, un po’ bohémien, un po’ intellettuale, dove lo stile non era ostentazione ma appartenenza.

Il suo look sembrava arrivare da lì: meno red carpet, più palco vissuto. Meno strategia, più atmosfera.

Le canzoni, lo sappiamo, non si giudicano mai davvero al primo ascolto. Sanremo ha bisogno di tempo. Di silenzi dopo l’ultima nota. Di quei ritornelli che tornano alla mente il giorno dopo, mentre fai altro.

Eppure, se penso al momento che mi ha lasciato qualcosa sotto pelle, penso a “Male necessario” di Marco Masini e Fedez.

Un incontro che sulla carta poteva sembrare solo generazionale, quasi strategico. E invece sul palco è diventato emotivo. La voce intensa e riconoscibile di Masini si è intrecciata con una fragilità più contemporanea, creando un dialogo vero, non costruito.

Non nostalgia. Non provocazione. Ma consapevolezza.

È una di quelle canzoni che probabilmente cresceranno ascolto dopo ascolto. E forse è proprio questo il segno che qualcosa ha funzionato davvero.

Il palco

E poi c’è il palco.

Senza fiori.

Un dettaglio che può sembrare solo scenografico, ma che in realtà racconta molto di questa edizione. Il palco del Teatro Ariston è apparso più essenziale, più grafico, quasi più televisivo che teatrale. Luci, linee, profondità. Meno decorazione, più struttura.

I fiori sono sempre stati il simbolo di Sanremo: rassicuranti, romantici, quasi rituali. Vederli sparire crea un piccolo spaesamento. Ma forse è anche un segnale.

Forse questo Festival non ha più bisogno di ornamenti per affermare la propria identità. Forse, come molti dei look visti in questa prima serata, ha scelto di togliere invece che aggiungere.

Meno eccessi, meno sovrastrutture. Più essenza.

E in fondo, dopo tanti anni, è proprio questo che rende Sanremo… sempre Sanremo.